Oggi, 25 aprile, celebriamo la Liberazione. È una data che porta con sé il peso della memoria e il valore inestimabile della libertà. Ho scelto di pubblicare proprio oggi il video di una canzone che, a modo suo, è un grido di resistenza: Masters of War di Bob Dylan.
Qualche giorno fa ho caricato sul mio canale YouTube la mia interpretazione di questo brano. Se non l’hai ancora vista, la trovi qui: MASTERS OF WAR (BOB DYLAN COVER) BY ELAISA
Oggi, in un video di approfondimento, vorrei raccontarti da dove nasce quella scelta, cosa mi ha colpita di questo pezzo e perché sento che nel 2026, in un giorno così importante come questo, abbiamo ancora un disperato bisogno di musica che non abbia paura di dire la verità.
Dietro questa scelta c’è stata una ricerca, una riflessione sul cinema, sulla storia della musica e su un vissuto personale molto profondo.
Se vuoi approfondire la storia del brano, scoprire perché l’ho collegata a Sam Cooke e sentire i miei pensieri sulla musica come forma di resistenza, trovi il video di approfondimento qui:
Il film che ha cambiato tutto
Tutto è partito da A Complete Unknown, il biopic su Bob Dylan uscito nel 2024, diretto da James Mangold e con Timothée Chalamet nel ruolo del protagonista. È un film che ripercorre gli anni della formazione di Dylan: la New York di Greenwich Village, il folk revival, le figure di Pete Seeger, Joan Baez e Johnny Cash, fino al celebre concerto di Newport del 1965, il momento in cui “tradì” il folk passando all’elettrico.
C’è una scena che mi è rimasta impressa. Siamo nell’ottobre 1962, nel pieno della crisi dei missili di Cuba. New York è quasi deserta, la gente ha abbandonato la città terrorizzata dall’idea di essere cancellata dalla terra in una notte. Joan Baez corre per le strade cercando un taxi che non arriva. Poi, viene attratta da una voce che risuona da un locale sotterraneo: è Dylan, che canta Masters of War davanti a una manciata di persone.
Ascoltandola, ho avuto i brividi. Quel film mi ha aperto una porta.
Cosa dice Masters of War… e perché è ancora attuale
Dylan scrisse questo pezzo nel 1963, in un momento in cui la paura di essere cancellati da una guerra nucleare era palpabile. Eppure, ascoltandolo oggi, mi accorgo che non siamo lontani da quella situazione.
È una canzone che non usa metafore, non nasconde nulla dietro immagini poetiche. Dylan parla direttamente e con fermezza ai signori della guerra: coloro che costruiscono le bombe, progettano aerei da combattimento, tracciano strategie dall’alto delle loro ville, mentre mandano altri a morire.
“You play with my world like it’s your little toy”
“Giocate con il mio mondo come se fosse il vostro giocattolino”.
Questa frase mi risuona nel profondo, perché da amante della natura e della bellezza fatico ad accettare che esistano persone pronte a distruggere tutto per profitto, che annientano gli spazi verdi, che cementificano la terra, trattando il pianeta come una loro proprietà privata.
E poi c’è quella strofa potentissima, quella che mi dà i brividi ogni volta che la canto, in cui Dylan parla della paura peggiore: quella di mettere al mondo dei figli, di minacciare una creatura ancora senza nome, e dice che chi causa questo non merita nemmeno il sangue che gli scorre nelle vene.
“is your money that good?“
Il brano si chiude con una domanda tagliente: is your money that good? Dylan chiede ai signori della guerra se pensano davvero che tutti i soldi che hanno fatto basteranno a comprarsi il perdono. E la risposta è un no secco, seguito da un augurio di morte che è l’espressione di una rabbia che trova il coraggio di uscire.
Cantare questo brano mi dà modo di buttare fuori quel senso di impotenza che provo ogni giorno leggendo le notizie. E spero che, in qualche modo, arrivi anche a voi.
Quando la musica diventa un inno: i diritti civili e Sam Cooke
La domanda che mi sono posta è questa: la musica può davvero cambiare le cose?
Forse no, non in modo diretto. Non ferma una guerra, non fa passare una legge. Ma fa qualcosa di altrettanto potente: dà alle persone la forza di continuare a lottare, anche quando sembra impossibile farcela.
Il caso più emblematico è A Change Is Gonna Come di Sam Cooke, diventata uno degli inni fondamentali del movimento per i diritti civili afroamericano.
Fino ad allora Cooke aveva scritto ballate pop, canzoni d’amore, hit leggere. Poi, nel 1964, qualcosa cambiò. Durante un tour nel Sud degli Stati Uniti, subì il rifiuto di una stanza d’albergo nonostante avesse una prenotazione, solo perché era nero. Quella notte, come racconta lui stesso, la canzone gli arrivò quasi completa, in sogno. Era così potente da spaventarlo.
A Change Is Gonna Come divenne immediatamente un inno.
Ciò che mi colpisce di entrambe le canzoni, Masters of War e A Change Is Gonna Come, è che non cercano di consolare. Non dicono che andrà tutto bene.
Dicono la verità, e quella verità diventa nutrimento, forza, resistenza.
Il ruolo della musica nei nostri momenti duri
Ho una nota personale da aggiungere.
Nel 2009 ero all’Aquila quando c’è stato il terremoto.
Cantavo già, ballavo la salsa, la musica era parte della mia vita. Eppure, per i primi mesi dopo la tragedia, mi sentivo in colpa anche solo all’idea di ascoltare musica, figuriamoci cantare o ballare. Non mi sembrava il momento. Provavo una strana vergogna.
Poi ho capito, piano piano, che forse è esattamente il contrario. La musica, nei momenti di dolore, è uno dei pochi modi che abbiamo per restare vitali, umani. Per non cristallizzarci nel trauma.
Penso a Cuba, dove tra enormi difficoltà economiche e politiche la gente vive immersa nella musica ogni giorno.
Penso al lockdown durante il periodo Covid, quando tutti abbiamo sentito l’esigenza di suonare e cantare insieme affacciati ai balconi di casa. Era un momento comunitario, la musica ci dava la speranza di poter essere ancora umani, insieme.
Masters of War mi ha ricordato tutto questo.
Se questo approfondimento ti ha incuriosita/o, sul mio canale YouTube trovi anche il video in cui racconto tutto quello che ho scritto qui, con alcuni estratti dal live.
Sono Elaisa Mancini, cantautrice. Sto lavorando al mio primo album, e ogni tanto scrivo di ciò che ascolto, di quello che scopro e che trasforma la mia visione.
📩 Se vuoi seguire questo percorso da vicino, iscriviti alla mia newsletter.
No responses yet