Tre mesi fa ho preso una decisione che, sulla carta, non aveva molto senso.
Ho affittato una postazione in uno studio creativo che seguivo da anni. Ci avevo già lavorato tempo fa (ci eravamo trovati bene, loro con me e io con loro) e quando hanno deciso di aprirlo come coworking a pochi selezionati, mi hanno invitata a entrare.
Non avevo nuovi lavori in arrivo. Non avevo clienti che giustificassero quella spesa. Non avevo nessuna garanzia di rientrare dell’investimento. Sapevo solo una cosa: in quello spazio mi sentivo bene.
Così ho deciso di fidarmi.
Questa settimana è arrivato uno dei lavori più grandi e remunerativi della mia carriera recente, nato proprio grazie alle relazioni costruite in quel luogo.
La parte interessante, però, è che questa storia non riguarda solo il coworking.
Qualche mese fa dovevo mettere insieme una band per il mio esame di repertorio al conservatorio. Avrei potuto scegliere persone in base al curriculum, alla tecnica o alle raccomandazioni. Invece ho scelto a pelle, chiedendolo a tre ragazzi che avevo sentito solo cantare. Non avevo idea di come suonassero. Non li avevo mai sentiti davvero in una situazione di band. Però ogni volta che li incontravo sentivo una buona energia.
È venuta fuori una delle esperienze musicali più belle degli ultimi tempi.
Un bassista, un batterista e una chitarrista con cui ogni prova è nutriente. C’è ascolto. C’è entusiasmo. C’è quella sensazione rara per cui la musica sembra più grande della somma delle sue parti.
Anche qui, il risultato è arrivato dopo.
Prima c’era stata una scelta basata su qualcosa di molto difficile da misurare.
Se guardo indietro, mi accorgo che non è sempre stato così. Anzi.
Quattro anni fa stavo lavorando al mio primo EP e volevo costruire una band. Scelsi i musicisti soprattutto in base a quanto fossero preparati e competenti. Sulla carta era la scelta giusta, erano bravissimi.
Eppure ogni incontro mi lasciava una sensazione di solitudine. Non sentivo entusiasmo. Non sentivo curiosità. Non sentivo quella scintilla che ti fa venire voglia di costruire qualcosa insieme.
Ho ignorato quella sensazione perché mi sembrava poco razionale. Pensavo che la bravura bastasse.
Spoiler: non è bastata. Poco dopo il progetto si è sfaldato e quella band non è mai arrivata sul palco.
Anche nel lavoro grafico mi è successo qualcosa di simile. Lo scorso anno ho lasciato uno studio dove lavoravo da un anno e mezzo. Da fuori sembrava una buona opportunità, ma da tempo sentivo che l’ambiente stava diventando sempre più pesante e tossico. Ho resistito più del necessario perché continuavo a cercare motivi razionali per restare.
Quando finalmente me ne sono andata ho capito che non tutto ciò che è giusto sulla carta è giusto per noi.
È per questo che negli ultimi anni ho iniziato a fidarmi di più di certi segnali sottili.
Non perché siano infallibili, ma perché spesso arrivano prima delle spiegazioni.
Una parte di noi registra dettagli che la mente razionale non riesce ancora a tradurre in parole: la qualità di una conversazione, la generosità di una persona, il modo in cui ci sentiamo entrando in una stanza.
A volte passano mesi prima che quelle informazioni vengano confermate da fatti reali.
Eppure ci stavano già guidando.
Una pratica che mi ha aiutata ad orientarmi è quella dei 101 desideri: si tratta di scrivere, senza filtri, 101 cose che desideri (grandi, piccole, concrete, assurde). All’inizio emergono i desideri più semplici. Andando avanti cominciano a emergere quelli profondi, quelli che fanno brillare gli occhi. È un modo di bypassare la mente razionale e ascoltare qualcosa di più profondo.
Credo che il nostro intuito serva proprio ad accorgerci di ciò che è allineato a noi, prima che ci siano prove sufficienti per dimostrarlo.
Forse crescere significa anche questo: imparare a riconoscere quali luoghi, progetti e persone ci fanno sentire più vivi, e avere il coraggio di investirci prima che esistano le prove.
Perché le prove, molto spesso, arrivano dopo.
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